Progettazione e Architettura

Dalla Russia all'Australia, tecnologia e multimedialità protagonisti nei padiglioni esteri

Paola Pierotti

Are la XIII biennale di architettura di Venezia. Tra i padiglioni esteri c'è chi punta su tecnologia e multimedialità e chi sfrutta il tema di Chipperfield per fare ricerca e valorizzare giovani talenti. Non mancano le polemiche

Ha aperto la 13 Biennale di Architettura di Venenzia. Si tratta dell'inaugurazione ufficiale, dopo che per due giorni la grande mostra allestita da David Chipperfield è stata studiata dalla stampa internazionale e da numerosissimi architetti che in anteprima hanno visitato gli spazi dell'Arsenale e dei Giardini.

Il tema "Common Ground" scelto dal curatore britannico è stato declinato in infinite accezioni dai diversi Paesi che ieri hanno inaugurato i loro spazi espositivi. Alcuni di loro si sono concentrati sulle problematiche che animano i dibattiti nazionali, altri hanno presentato i propri talenti, in tanti hanno fatto leva sulle modalità di comunicazione parlando di architettura (e non solo). La Russia ad esempio ha stupito il pubblico per aver scelto di tapezzare tutto il suo padiglione di codici QR decifrabili con Ipad, che consentono di accedere a contenuti multimediali riguardanti la città di Skolkovo, scelta come modello per l'innovazione.

I paesi nordici e il Regno Unito hanno deciso di puntare sui giovani talenti e hanno affidato a loro il compito di portare dei contenuti al tema ‘Common Ground'. La Gran Bretagna in particolare presenta a Venezia il lavoro di dieci studi che hanno girato il mondo per cercare risposte creative a problematiche universali. La mostra inglese si intitola "Venice Takeaway" e parla di progettazione di scuole, di offerta di alloggi, di sviluppo urbano, di pianificazione urbanistica, la consapevolezza del rischio e il tema delle gare.

Molto concreto il tema proposto dal Giappone che con Toyo Ito ha portato alla Biennale un progetto che dà una risposta al disastro provocato dal grande terremoto verificatosi un anno fa. Il progetto si chiama "una casa per tutti" ed è un'azione concreta tesa a offrire una nuova casa a chi l'ha persa nello tsunami.

Anche l'Italia ieri ha inaugurato il suo padiglione allestito alla fine del percorso delle Corderie e curato da Luca Zevi: una mostra dedicata all'Italia che produce, e alle sinergie virtuose tra aziende e progettisti. Il settimanale Progetti e Concorsi ha creato un sito interamente dedicato a questi temi (link ) per dare spazio a progetti, progettisti e imprese.

Quella di Chipperfield è una Biennale densa di idee che ha già suscitato le prime critiche. «È una mostra avulsa dalla realtà – ha commentato Leopoldo Freyrie, presidente degli Architetti (leggi l'intervista a questo link ) – indifferente alla crisi globale che riguarda direttamente le città e la gente che vi abita. È molto deludente – dice Freyrie – visto che l'architettura dovrebbe offrire soluzioni». Freyrie lamenta anche l'assenza di architetti italiani tra i tanti invitati da Chipperfield. Mancano i rappresentanti della progettazione, ci sono solo quelli dell'accademia e della critica».

Tra gli italiani coinvolti c'è il milanese Cino Zucchi che ha invece apprezzato il risultato complessivo della mostra. «È uno spaccato della realtà multiforme di oggi. Non c'è una scelta generazionale – ha detto Zucchi – ma il curatore è riuscito a offrire un quadro completo senza urlare slogan o raccontare processi». In generale però per molti «non è chiara la relazione tra tema "common ground" e l'esaltazione della diversità» come esplicita Juan Manuel Palerm, architetto spagnolo presente alla Biennale con i lavori dei suoi studenti – e non si capisce perché si sia puntato sul revival di nomi del passato, da Rafael Moneo a Hans Kollhoff».


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