Progettazione e Architettura

Dagli spazi pubblici al kitsch, tutto (e il contrario di tutto) si scopre Common ground

Luigi Prestinenza Puglisi

Meglio parlare di "a-solo-ground", perché di common ground a questa XIII biennale di architettura c'è pochissimo: si contano una decina di interpretazioni personali sul tema scelto da Chipperfield che spiccano in un panorama che troppo spesso appare senza né capo né coda

Di common ground in questa tredicesima biennale di architettura curata da David Chipperfield se ne vede poco, anzi pochissimo. Anche perché ognuno il tema del lavoro comune, che è il titolo della mostra, lo ha inteso a modo suo.

E cosí i 69 raggruppamenti di architetti invitati hanno seguito ognuno una propria strada a cominciare da quella dell' "a-solo-ground", nel senso che diversi gruppi sono composti da un solo architetto che evidentemente del tema ha dato una originale interpretazione solipsistica.

Ho contato almeno una decina di accezioni diverse, in una mostra che troppo spesso appare senza né capo né coda. La prima intende il common ground come un lavoro eseguito su uno stesso tema urbano da un gruppo numeroso di architetti che lavorano fianco a fianco ciascuno con un proprio progetto, come per esempio nel campus Novartis a Basilea coordinato da Vittorio Magnago Lampugnani e che tra i progettisti vedeva lo stesso David Chipperlfied (che cosí, con un gioco di scatole cinesi, è curatore della mostra e, attraverso il progettista selezionato, è a sua volta selezionato).

La seconda vede il common ground come uno spazio della mostra nel quale presentare progetti su uno stesso tema realizzati in luoghi diversi. Come per esempio un gruppo di architetti elvetici che si sono confrontati sull'abitazione.

La terza il confronto lo opera con edifici del passato. Common ground è quindi ciò che ci unisce alla nostra storia. È per esempio l'interpretazione del gruppo che ruota intorno alla rivista San Rocco che per l'occasione non esita a tirar fuori le architetture di Aldo Rossi, di Stirling e la casa del filosofo Wittgenstein.

La quarta accezione il confronto lo intende, oltre che con la storia, con gli studenti. Come Peter Eisenman che propone ai propri alunni di confrontarsi con Piranesi e con il tema delle variazioni progettuali, con risultati a dire il vero assai raccapriccianti. Oppure, come la intende Hans Kollhoff: un pretesto per studiare attraverso la riproduzione di giganteschi dettagli in scala anche 1:1 le architetture tradizionali.

La quinta accezione vede il common ground come lo spazio pubblico contemporaneo di cui raccontarci le caratteristiche, come fa in una magnifica anche se prevedibile installazione, lo studio Foster. Oppure, e siamo alla sesta accezione, per farci vedere come lo si può progettare tenendo conto delle esigenze della gente. Gente che, a dire il vero, in questa biennale - come esattamente nella gran parte delle altre - compare poco e comunque sempre in una posizione di sfondo.

La settima pensa che un terreno comune, è il caso di Adam Caruso Peter St John, lo si possa trovare nel terreno del kitsch, forse in base all'idea che il cattivo gusto è inclusivo e quindi non emargina nessuno.

L'ottava accezione vede il terreno comune nelle polemiche che seguono ogni costruzione: Herzog & de Meuron ci mostrano i dettagli costruttivi (interessanti e raffinati come sempre) insieme alle pagine dei giornali che raccontano le infinite polemiche che hanno accompagnato il progetto.

La nona celebra le opere anonime realizzate dagli uffici pubblici e dagli architetti sconosciuti. Lo fa, con la consueta punta di snobismo, Rem Koolhaas attraverso il suo studio OMA.

Vi è infine una decima posizione, la più autoreferenziale: common ground perchè il lavoro è il frutto di una evoluzione storica di cui l'architetto è il miglior rappresentante: come sembra suggerirci la brava Zaha Hadid che si affianca al non meno bravo Felix Candela.


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