Progettazione e Architettura

Per una economia politica del progetto: l'architettura del Made in Italy alla XIII Biennale

Stefano Casciani

Brillante è stato lo spunto di Luca Zevi nell'individuare il tema del Made in Italy come una chiave di lettura, anzi di scoperta, di quanto di positivo ancora avviene o è avvenuto in architettura per la spontanea iniziativa di produttori e imprese colte

Nel pieno della più grave crisi mai vissuta dal Sistema Capitalistico Occidentale Evoluto (SCOE), sembra più semplice, quasi naturale, porsi domande che ci si sarebbe dovuti porre molto prima che tutto questo avvenisse. Cosa succede in un'economia dove il capitalismo finanziario ha la meglio su tutte le altre forme di impresa? Quale parte ha la tecnica in una politica che va perdendo connotazione etica e civile, e non vede più in là della necessità di arricchirsi per la sua lussuosa sopravvivenza quotidiana? Come può trovare espressione in questo modello sottoculturale - l'arte di arrangiarsi in cui l'Italia eccelle – una forma d'arte come l'architettura, che per realizzare le sue opere impiega almeno alcuni anni?
Sarebbe bello se il Padiglione Italia in questa nuova Biennale di Venezia riuscisse a dare almeno una – o mezza – risposta a qualcuna di queste domande e alle tante altre che affollano la mente del critico, del progettista, del committente o del semplice cittadino (ruoli coincidenti più di quanto si pensi) che nella loro esperienza di ogni giorno si trovano ad affrontare, in vivo, il problema della drammatica carenza di architettura civile in Italia.
Certo brillante è stato lo spunto di Luca Zevi nell'individuare il tema del Made in Italy come una chiave di lettura, anzi di scoperta, di quanto di positivo ancora avviene o è avvenuto in architettura per la spontanea iniziativa di produttori e imprese colte: o meglio, visto che l'impresa sarebbe per definizione anche cultura, imprese che realmente siano degne di questo nome. Si è potuto così dare voce (o almeno è quanto ho tentato di fare con il mio piccolo intervento scritto in catalogo) a un universo tanto importante quanto negato: dai media, nell'apparenza, per primi, ma ancora più, nella sostanza, da politici e governanti di ogni grado e laurea che hanno smesso di pensare – a questo punto si suppone per analfabetismo culturale – il ruolo decisivo dell'architettura nello sviluppo della società civile, di un'identità non effimera per il sistema di produzione e l'esperienza dell'unicità progettuale italiana.
Di fronte a questo panorama, descritto con i pochi mezzi che anche la Biennale può mettere a disposizione (anche qui lo scandalo dei tagli alla cultura è pietoso, specialmente se raffrontato agli inutili costi della politica), un esame di coscienza è necessario. Gli architetti hanno le loro colpe, gli imprenditori anche – in generale il loro miope corporativismo, che appare ancora più insensato dentro l'uragano della globalizzazione. I cittadini stessi, ossessionati dall'ideologia NIMBY (Not In My Back Yard/Non Nel Mio Cortile) preferiscono i piccoli vantaggi di un sistema di sudditanze e clientelismi, piuttosto che organizzarsi in democrazia diretta per lo sviluppo di progetti e realizzazioni utili al bene comune. Eppure la crisi è arrivata al punto di non ritorno: le promesse elettorali, la diffusa concussione morale, sia che vengano dai "tecnici" o dai politicanti più consumati, non incantano più nessuno.
Se la crescita in Italia è ferma, se ogni donna e uomo, ogni giorno, sono in grado di toccare con mano lo sfuggire del welfare, il sacrificio del bene comune sull'altare delle manovre finanziarie – per lo più inutili - la risposta della comunità civile sarà sempre più ferma e decisa, seppure in forme disorganizzate e a volte confuse. Lo insegna la vicenda dell'ILVA di Taranto, che con tutte le inevitabili speculazioni all'italiana è davvero un grande affresco della pericolosa guerra in atto tra industria e società: ma è una guerra tra "poveri" dove tutti perdono, come hanno rivelato i media, per una volta degni del loro ruolo etico.
La realtà è molto più forte dell'immaginazione: fosse anche soltanto per ragioni di profitto, imprenditori, progettisti e cittadini devono ritrovare un'unità culturale su grandi progetti rigorosamente privati, altamente sostenibili, autofinanziati senza sovvenzioni statali, regionali, locali. L'alternativa è ormai definitiva: scegliere il progetto come via d'uscita dalla fine dell'economia politica, o soccombere alle logiche deliranti della speculazione finanziaria, ultima spiaggia del capitalismo morente.


P.S.
Una nota personale: non è per caso, se dopo molti anni con la rivista Domus ho deciso di proseguire sulla faticosa strada della pubblicazione di riviste di progetto e di divulgazione, creandone una nuova come autore ed editore. Si chiama Disegno. La nuova cultura industriale, ed è per me anche il migliore augurio per l'industria, soprattutto italiana, di un sussulto di coscienza civile, nella consapevolezza che attraverso il progetto ancora è possibile ricreare il patto sociale che dà origine e senso all'idea stessa d'impresa.


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