Progettazione e Architettura

L'architettura del museo diffuso diventa un attrattore turistico

Massimo Frontera

Tra i pochi progetti commissionati da committenti pubblici, il museo della Sabina, progettato dagli architetti Di Martino e Benedetti ha in realtà molto a che fare con l'economia. Perché, come racconta Domenico Giuliani, il sindaco che lo promosse, dieci anni fa, ha aiutato l'economia locale legata sia al turismo che all'olivicoltura

L'avventura del Museo dell'Olio della Sabina si può dire concretamente iniziata una ventina di anni fa (risalgono infatti al 1993 i primi recuperi architettonici). Ma non è ancora finita: sono attualmente in costruzione gli spazi dalla nuova biglietteria con una sala della didattica che ospita un mosaico artistico. Si tratta di una delle articolazioni di questo progetto, che si caratterizza dall'inizio come un museo diffuso nel territorio del comune di Castelnuovo di Farfa, un piccolo centro di 1.05o abitanti in territorio laziale, in provincia di Rieti. Il progetto, finanziato con fondi europei, è nato con il contributo di architetti e artisti ma anche grazie a una buona politica che ha saputo vedere le potenzialità di un progetto andato molto al di là delle aspettattive.

«Il nostro progetto è stato scelto tra le opere che saranno alla Biennale di Architettura?». Chiede conferma Domenico Giuliani, che in qualità di sindaco del Comune della sabina è stato il decisore politico dell'iniziativa. Giuliani oggi è un semplice cittadino, ma con i suoi cinque mandati è stato un pezzo di storia del suo territorio.

La struttura è stata progettata già dieci anni fa da Mao Benedetti e Sveva Di Martino di Spazi Consonanti. Ad accrescere la suggestione dell'edificio sono anche le installazioni di alcuni artisti, chiamati da Sveva Di Martino: Alik Cavaliere, Gianandrea Gazzola, Maria Lai, Hidetoshi Nagasawa, Ille Strazza, Lele Luzzati e Guido Fiorato.

Lo stesso architetto Di Martino è stato fino a poco tempo fa il direttore del museo e ha contribuito alla sua promozione e conoscenza ben oltre la cerchia del territorio della Sabina.

«Prima ancora dell'inaugurazione - ricorda Giuliano - è arrivato un gruppo di americani da Napoli: era il personale che lavorava nella base Nato di Napoli e che aveva letto su un giornale Usa la notizia che stava per aprire il museo. Ma era solo l'inizio. Da allora abbiamo avuto sempre un'alta attenzione del circuito televisivo nazionale».

Ma qual è il legame con l'economia? «Il progetto - risponde Giuliani - ha stimolato molto la nostra economia che ruota tutta intorno all'olio, ha aiutato i produttori a far conoscere i loro prodotti e a valorizzarli, alcuni hanno anche ottenuto il marchio dop e hanno partecipato a premi nazionali».

Non solo. A valle dell'economia dei produttori di olio si è mosso anche un indotto turistico. «Sono nati degli agriturismi è ed è aumentato il numero dei turisti, che già erano attratti dalla vicina Abbazia di Farfa. Ma oggi molti vengono solo per vedere il museo».

Il museo. La sede principale del museo è nel rinascimentale Palazzo Perrelli, ma altri spazi sono stati ricavati dalla riqualificazione della Chiesa di San Donato.

«L'esperienza del Museo dell'Olio della Sabina ci aveva chiarito come fosse essenziale che l'architettura e le arti partecipassero, coralmente, alla valorizzazione del patrimonio: insieme erano un potente strumento per dare nuova voce alle potenzialità inespresse di un territorio», interviene l'architetto Sveva Di Martino. «Sulla base di questo approccio museografico il nostro studio avrebbe realizzato molti allestimenti di musei e mostre e nel 2007 avrebbe fondato - con i due artisti con i quali la collaborazione era stata più assidua - un'associazione culturale per promuovere l'unione delle forze artistiche: Spazi Consonanti».


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