Ambiente e Trasporti

Ferrovie, idee chiare (dell’azionista) e manager ben in sella

Giorgio Santilli

Il governo dà un via libera formale al (lungo) processo di privatizzazione delle Ferrovie senza aver sciolto i nodi principali - a partire da quello fondamentale della destinazione della rete che comunque dovrebbe restare «pubblica» - e contemporaneamente avvia un percorso, di gran lunga più breve, di ricambio al vertice delle Fs. Il governo vorrebbe legittimare il ricambio al vertice proprio alla luce della privatizzazione perché - dice - si vuole coinvolgere da subito il nuovo management nel ridisegno del gruppo. Ma la prassi generalmente seguita in queste operazioni è tutt’altra: indicazioni strategiche chiare dell’azionista, progetto messo a punto dal management che porta a compimento il percorso, poi, semmai, il ricambio al vertice. Il “rovesciamento” crea il sospetto legittimo che - in attesa di chiarirsi le idee su come fare la privatizzazione - il governo cambi intanto la guida del gruppo.

D’altra parte, mentre la gestione delle Fs ha continuato a macinare risultati positivi anche nel 2015 (si veda Il Sole 24 Ore di domenica 22 novembre) con aumento dei ricavi, degli utili e degli investimenti, le incertezze di questi mesi sul percorso strategico di Fs nascono prevalentemente da responsabilità dell’azionista-governo. Quotare in Borsa il 40% della holding Fs o scorporare la rete (con Rfi) e poi privatizzare solo la holding del trasporto (o sue singole società come l’Alta velocità)? È vero, la prima è la tesi dell’amministratore delegato Michele Elia, la seconda è più vicina alla posizione del presidente Marcello Messori. E i due non hanno mai fatto neanche un piccolo sforzo per andare d’accordo. Ma dentro il governo si riproduce, pari pari, la stessa divisione.

Da una parte c’è il ministero dell’Economia, più favorevole a quotare il 40% di Fs, dall’altrra c’è il ministro delle Infrastrutture, Graziano Delrio, più sensibile ai temi della concorrenza tra gli operatori dei trasporti e fermo nel sostenere la posizione di una «rete tutta pubblica». Ma su questo punto la responsabilità della decisione è tutta del governo e lo stallo durato mesi non può essere addebitato alle incertezze del managament che - nella prassi - presenta un progetto coerente con le indicazioni chiare date dall’azionista.

Altro addebito che il governo fa agli attuali vertici Fs è la paralisi decisionale su questioni (come quella sullo scorporo e sulla cessione del commercio retail di Grandi Stazioni) che hanno richiesto mesi per essere avallate dal consiglio di amministrazione. Certamente questo forte rallentamento c’è stato su alcune decisioni strategiche in capo al cda ma c’è da chiedersi se l’origine di questo male non sia attribuibile in gran parte a una governance davvero bizzarra per un gruppo di queste dimensioni e complessità che ha attribuito, in origine, le deleghe gestionali a Elia e quelle strategiche e sul progetto di privatizzazioni a Messori, creando un dualismo in sé paralizzante (per non parlare di un cda di ben 9 consiglieri). Anche il passo indietro fatto da Messori con la riconsegna delle sue deleghe, non ha sbloccato lo svolgimento dei lavori del cda, con visioni che sono rimaste molto lontane.

La decisione del governo di accelerare sulla privatizzazione è una buona notizia se non è solo un pretesto per portare qualche fedelissimo di Palazzo Chigi (si parla dell’ad di BusItalia Mazzoncini che ha fatto la privatizzazione del trasporto locale a Firenze) alla testa del gruppo. Perché la strada intrapresa si possa considerare una svolta davvero positiva serve di capire dove il governo voglia portare le Fs e che tipo di sviluppo ferroviario abbia in mente. Rete ferroviaria pubblica e funzioni regolatorie affidate a un arbitro neutro per spingere a fondo quell’esperimento italiano importante che è la concorrenza nell’Alta velocità? Sarebbe molto utile se Fs sciogliesse la sua ambiguità e diventasse una holding di servizi di trasporto, magari valorizzando prima l’alta velocità e poi i due business (trasporto locale e merci) che ancora aspettano di essere risanati e rilanciati. Oppure si vuole stare su un modello continentale europeo con rete e servizi di trasporto integrati? Avrebbe senso, allora, privatizzare? Nessuno sente nostalgia per le privatizzazioni dei decenni scorsi che miravano a “fare cassa”. Sulla concorrenza nei trasporti e sulla realizzazione di infrastrutture si gioca un pezzo fondamentale della nostra crescita futura, ben oltre gli incassi del Tesoro. Accelerare è bene, ma si dica chiaramente dove stiamo andando e a quale tipo di trasporto ferroviario pensiamo in Italia. Siamo i numeri uno nell’Alta velocità (rete, tecnologie di segnalamento, concorrenza, Autorità indipendente di regolazione dei trasporti) ma siamo ancora molto indietro nello sviluppo dei servizi all’economia e ai territori regionali. E, soprattutto, per attrarre investitori finanziari e industriali abbiamo bisogno di un disegno e di una regolazione chiari.


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